parte istituzionale

Corso 2000-2001

approfondimento


Roberto Moro
La macchina del tempo e il mito della sovranità

estratto da: Lo specchio in frantumi.
Miti e mitologie del sentire politico della modernità,

in corso di pubblicazione presso
Giappichelli editore, Torino

 

1. La macchina del tempo
2. Contemplazione e fede nella natura
3. Una storia a più dimensioni
4. Il tempo politico tra storia e diritto
5. Tempo e spazio politico
6. Sudditi e sovrani
7. La nascita di un mito
8. Un mito di potenza e del potere

La macchina del tempo
Il principe, dominato dalla continua fatica dell'impegno creativo (uomo politico a una dimensione costretto alla dura partita a scacchi con la sua fortuna) scompare agli occhi di Bodin; è lo stesso per il cortigiano e l'abitatore dell'isola di Utopia. Il viaggio da Nicolò Machiavelli a Jean Bodin (1513 il Principe, 1577 i Sei libri della Repubblica) in termini di tempo, per lo meno misurato sulla scala plurisecolare della modernità, è breve. Ma la distanza tra la nebulosa italiana del XVI secolo, così confusa nei suoi obiettivi e ambiziosa nelle sua velleità, ormai condannata a un compiaciuto declino e il regno di Francia, sconvolto dalle guerre di religione, alle prese con la ricostruzione di una quasi millenaria monarchia territoriale e con i problemi dell'egemonia europea, è davvero grande. Lo specchio non riflette più «in diretta» gli antichi eroi, non impone l'esclusiva imitazione di Scipione, Dionisio, Licurgo o Cicerone; i riflessi si deformano in una atmosfera meno limpida, il tempo si dilata, si estende in superficie e, all'apparenza, la modernità non appare come frattura e cancellazione della barbarie, né come un territorio inesplorato del presente. E tuttavia Bodin è forse l'ultimo mago della cultura umanistica. Nel suo uovo ermetico, surriscaldato da una tecnologia di scrittura, lettura, libro, che ha superato l'esordio eroico, bollono una quantità di essenze primordiali e misteriose nella loro possibile composizione. Le sue tecniche di comunicazione sono formidabili (francese, italiano, greco, latino, ebraico) e infine la sua opera non è «al nero» ma sembra conseguire l'ultima fase del processo alchemico.

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Contemplazione e fede nella natura
La contemplazione dell'universo attraverso il sapere annuncia da sé l'ordine cosmico. «Noi ammiriamo l'estensione della terra, la profondità del mare, l'altezza del cielo, lo splendore del sole, il moto dei pianeti, la forza delle stelle e le eclissi degli astri; ammiriamo le folgori e i tuoni, la violenza dei venti, i terremoti; ammiriamo le forme degli esseri animati, le virtù delle piante, le proprietà dei metalli, la varietà dei minerali, l'origine e il fine di tutte le cose; noi ammiriamo la potenza degli spiriti immortali, l'eccellenza di questo mondo, l'incredibile natura divina dell'uomo. Ancora di più bisogna quindi apprezzare le facoltà per cui riusciamo ad ammirare e comprendere tutto questo: è il vero miracolo del mondo che dobbiamo comprendere con piena coscienza della sua grandezza. Se vogliamo riferirci ai piaceri, che cosa può dare maggiore soddisfazione del conoscere le cause recondite di questi fenomeni?». La «devozione moderna», è bene ricordarlo, nel suo fondamento è amore per la natura, dedizione al cosmo e ai suoi misteri. Ed ecco, andando a ritroso, gli elementi della magia umanistica di Bodin: «cause recondite», «piacere», «miracolo», «natura divina degli uomini», «potenza degli spiriti immortali». La centralità della natura cosmica al pensiero del Rinascimento e la dedizione sino all'abbandono a una intimità quasi mistica nei confronti delle forze dell'universo ha sicuramente sospinto gli umanisti verso il soprannaturale. Ma per Bodin il mistero della natura e della creazione si spiega con l'ordine del tempo e gli ordini che esso impartisce a tutte le essenze del mondo. E così Bodin lavora su una dimensione del tempo a base decisamente più larga di quella praticata da Machiavelli, manovra e produce una temporalità complessa, a più dimensioni.

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Una storia a più dimensioni
«
Storia umana», «storia naturale», «storia sacra» che concorrono, secondo l'Autore, a formare l'ordine e il moto complessivo dell'universo, sono altrettante sostanze e qualità del tempo, territori morali e pianeti dell'esperienza e del sapere. «Vi sono tre specie di storia, cioè narrazione di fatti veri: umana, naturale e divina. La prima riguarda gli uomini, la seconda la natura, la terza il creatore della natura. L'una spiega le azioni degli uomini viventi in società, la seconda le leggi della natura e la catena secondo la quale discendono dal primo principio, la terza contempla l'azione di Dio onnipotente e degli spiriti immortali. Ad esse corrispondono tre specie di consenso, determinate, rispettivamente, dalla probabilità dalla necessità e dalla fede, e altrettante virtù: prudenza, scienza, religione. La prima distingue il bene dal male, la seconda il vero dal falso e la terza il pio dall'empio. possiamo definire la prima moderatrice della vita umana per forza della ragione e dell'esperienza, la seconda fonte di tutte le scoperte per via dell'indagine sulle cose occulte, la terza presidio contro i vizi a causa dell'amore di Dio per noi. Dall'unione di queste tre virtù si forma la vera sapienza, il sommo ed ultimo bene dell'uomo». I «fatti veri», cioè la realtà, sono nel tempo; la pratica delle sostanze di cui si compongono e dai quali prendono vita i campi temporali: fede, ragione, morale, consente da parte dell'uomo la lettura e la scrittura del cosmo, la sua creazione, il sapere. La mappa degli elementi che costituiscono la cultura di Bodin non è stata ancora definitivamente tracciata dalla critica, tuttavia la riflessione sulla centralità del tempo contenuta nella Methodus ad facilem historiarum cognitionem può essere assunta come uno dei paradigmi del processo attraverso il quale la modernità dilata l'esperienza del presente della cultura sino all'occupazione complessiva dell'universo. Il tempo, quel «nostro tempo» di cui dicevamo all'inizio che è prodotto culturale per eccellenza, occupa e conquista il mondo della natura nella sua misteriosa immobilità, addomestica e partecipa all'eterno. Il processo della creazione si è concluso; il tempo sacro è stato conquistato e Zeus si è insediato sul trono di Crono. Sulla scorta della simbologia e del sentire rinascimentale, il tempo dell'uomo è per Bodin un cerchio, una ruota o un intreccio di sinusoidi che replicando la struttura intima degli eventi, il loro corso, rende possibile l'esperienza e la memoria. Il tempo ruotando si rigenera da sé, rinasce e riflette il ciclo della vita come manifestazione incessante della natura. «Se qualcuno vuole prestare attenzione agli storici e non ai poeti, vedrà che vi è una corrispondenza tra il corso della vita umana e quella del mondo tutto». Un patto tra Zeus e Crono? una congiunzione e una reciproca contemplazione tra il tempo del mondo e quello dell'uomo? All'apparenza il moto del tempo sembra assumere un ritmo ciclico connesso alle rivoluzioni celesti o al ripetersi inesorabile delle stagioni o alla alterne vicende degli umori della sostanza cosmica: ma non è così. «Stando così le cose e potendosi dire che per legge eterna di natura si ha come un processo ciclico per cui i vizi seguono alle virtù, l'ignoranza alla scienza, il turpe all'onesto, così come le tenebre alla luce, sbagliano coloro che credono che l'umanità va sempre di male in peggio». Bodin ricusa la semplificazione di un tempo che si «ripete», come respinge l'ipotesi del succedersi delle quattro monarchie in una deriva di consunzione e di degrado della sostanza temporale (dall'oro al ferro all'argilla): certo dal racconto profetico di Daniele conservato nelle Scritture, si può argomentare che «vi sono state quattro o anche più età: prima quella dell'oro, dopo quella d'argento, quindi quella di bronzo, dopo ancora quella del ferro e infine quella d'argilla. Ma sono opinioni da respingere». La semplificazione è da respingere perché la linearità del tempo dimostra a Bodin che le discontinuità e le fratture separano solo il buio dalla luce e che tre sono le epoche della storia dell'uomo: quella esemplare coincidente con la storia antica, quella dell'abbandono dei veri valori (l'amore per il sapere e la ricerca della conoscenza) e infine quella della rinascita, l'età del presente. La storia umana, che è storia della società e dunque storia politico-morale, è però anche un flusso complesso, un sedimento e una cumulazione insieme, materia tutta viva senza particolari zone d'ombra; anzi la simultaneità e il dialogo col passato non prevedono risposte immediate, non sono osservazione di modelli da resuscitare, favoriscono solo la riflessione e l'indagine. Il moto della temporalità, un moto cumulativo e progressivo, è orientato unicamente verso l'avvenire e l'avvenire è di quaggiù, di un tempo tutto umano. La rinascita del presente mostra che il tempo si rigenera per effetto dell'intelligenza umana e delle opere sue; il moto vero principia dalle scoperte scientifiche e geografiche, dall'invenzione di nuove tecniche di comunicazione (la bussola, la stampa), dal risorgere della creatività artistica. La storia è un prodotto dell'uomo ed è l'uomo con la sua storia a rigenerare il tempo. Con la forza della ricerca e del sapere i moderni hanno eguagliato e superato gli antichi.

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Il tempo politico tra storia e diritto
Storico e giurista (quanto basta nel XVI secolo per essere «filosofo»), Bodin lavora sulla infinita mobilità del tempo da un lato, e sulla rigidità della norma dall'altro, ed è la necessità di dare ordine alle pluralità dei tempi che lo spinge a ricercare le leggi del movimento storico. Il «tempo politico» è questo movimento prolungato, inarrestabile, avviluppato nella dimensione temporale non indagabile della storia sacra e in quello ripetitivo e incessante della natura creata; un tempo, quello della storia umana, dato in amministrazione agli uomini e al libero gioco delle loro relazioni. Forse, e certo più che in altri autori del XVI secolo, è proprio con Bodin che storia e politica si saldano in modo indissolubile e scambiano le loro intrinseche qualità: la storia diviene allora «politica», cioè progressivo addensamento e ordine delle relazioni umane. A sua volta la politica, che è la scienza di ordinare e governare il mondo umano, diviene un moto temporale: storia. Così il tempo storico diviene parte e carattere della modernità: «è in virtù della storia che si spiega il presente, che il futuro si può penetrare e che si acquistano indicazioni certissime su ciò che conviene ricercare e ciò che conviene fuggire». La storia possiede una duplice virtù: scientifica e speculativa e nondimeno ha una portata etica e pratica. Inoltre, a differenza delle altre scienze «che si incatenano le une alle altre in una continua dipendenza, la storia non abbisogna di alcun aiuto», e proprio «la sua indipendenza la rende accessibile al più gran numero». E così la libera progettazione del passato può cominciare. Quando periscono gli imperi, le repubbliche, le città, la storia infatti rimane, nella sua forma scritta e nella sua tradizione orale, «eternamente giovane». «Più ampia della giurisprudenza perché insegna ciò che non sono né la fortuna, né la provvidenza, ma la volontà degli uomini attori delle loro imprese, le lezioni della storia costituiscono la guida più sicura della scienza politica». Il patto tra potere e sapere che caratterizza il sentire politico della modernità si fonda a partire da qui. Al servizio della monarchia francese, Bodin lavora su otto secoli di storia, su smisurati territori che vanno ben oltre le cinta murarie della città, oltre la signoria territoriale, persino ben oltre gli angusti confini dell'isola di Utopia e in luoghi affatto diversi dagli spazi chiusi del cortigiano. Il contatto con la cultura ebraica lo spinge a lavorare su archivi che attraversano tutto il tempo storico sino all'evento della creazione e al patto di Israele con Dio. Grazie a queste ampie e nuove quanto concrete dimensioni, il nostro autore si convince del fatto che le immagini del passato, i modelli trasmessi dalla memoria, appartengono a dimensioni del tempo difformi rispetto a quelle del presente (che è il XVI secolo travolto dalla riforma religiosa). Papato, Impero, la stessa feudalità hanno strutture politiche che non si addicono più al regno di Francia; in generale neppure le forme politiche dell'antichità sono in grado di offrire soluzioni alla politica del suo tempo. Il declino del mondo antico e la lunga agonia dell'Impero romano d'Oriente gli paiono il frutto di un vizio d'origine della civitas: una strutturale carenza di ordine politico e una fragilità del potere conseguente al fatto che l'antica città si presenta più come una nebulosa di famiglie in libera azione che non come un corpo di cittadini soggetti ad un'unica legge e a una sola giustizia. Anche il Sacro romano impero, nella sua pretesa di realizzare un dominium mundi, in realtà ha finito col manifestarsi più come un potere locale, una egemonia alla ricerca di modelli di potere, che non come un vero ordine politico. La Res Publica va dunque rifondata tenendo conto delle molteplici dimensioni del tempo della «storia umana». Il potere, insegna Bodin, non è un sistema di relazioni cosmiche definito una volta per tutte, semmai è una forza immanente nei molteplici luoghi e tempi della storia umana. Se un patto tra il tempo cosmico di Crono e quello umano di Zeus è ancora leggibile nel sentire di Bodin, si avverte tuttavia che il contraente forte è ormai il secondo e non il primo.

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Tempo e spazio politico
Pluralità di tempi dunque, ma anche pluralità di spazi. La «storia umana», e la «storia della natura» che la avviluppa, si intrecciano infatti e si condizionano nelle strutture epistemologiche dello spazio e del tempo. La scrittura del tempo comporta la scrittura dello spazio e la cosmografia è «a tal punto connessa con la storia da essere quasi l'una parte dell'altra». Società e natura trovano infatti composizione, nel pensiero di Bodin, in quella reinvenzione del rapporto civiltà-territorio-ambiente che definiamo «teoria dei climi» e che trova le sue radici nel pensiero scientifico classico (pitagorici, stoici, epicurei). Ma la teoria geopolitica di Bodin è, per la verità, molto più che una teoria dei climi; è la frantumazione dello spazio chiuso del mondo medievale e la definitiva rinuncia all'universalismo politico a tutto vantaggio di una accettazione del complesso e del nuovo, degli spazi aperti e mutevoli del sociale, di una storia a più dimensioni che intreccia le sue leggi con quelle dello spazio e da queste dipende. Certo si apre così un nuovo capitolo dell'osservazione della società. L'immaginario dell'uomo europeo si dilata a dismisura, soprattutto però il sentimento della modernità scopre un utensile, una nuova tecnologia, una «macchina del tempo» appunto, in grado di moltiplicare, mediante l'osservazione del presente, le esperienze e le opportunità di progettazione del passato e del futuro, un vascello fantasma capace di affrontare il mare aperto della temporalità. Eschimesi e indiani d'America, popolazioni disperse negli oceani e nei deserti entrano con il loro tempo nella storia, vivono e coesistono con le loro leggi a fianco delle tribù di Israele e di quelle dei celti già inghiottite dalla narrazione di una storia che si vuole completa e universale. Al pari delle stagioni infatti, le fasce dei paralleli e dei meridiani che segnano le varie aree climatiche (ma, oltre al clima, anche i fiumi, i mari, le montagne e gli ecosistemi che ne derivano), sono luoghi del tempo, o perlomeno implicano diverse dimensioni temporali, storie diverse dei popoli che le abitano, gradi diversi di civiltà e molteplici luoghi della politica, regimi diversi di organizzazione del potere: e così, «uno dei più grandi e forse il principale fondamento della Repubblica consiste nell'accordare il regime alla natura dei cittadini e gli editti alla natura dei luoghi, delle persone, del tempo». Lo storico (che è poi il tecnologo del potere, lo scienziato politico) diviene, secondo la lettera di Bodin, «historien-géographe» e il dispositivo della «macchina del tempo» consente di trasformare il telescopio volto alla osservazione di pianeti lontani migliaia di anni luce, in un microscopio che permette l'osservazione del sociale, qui e ora, nelle sue microstrutture, di avvertirne i moti e le inevitabili trasformazioni.

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Sudditi e sovrani
Il viaggio della macchina di Bodin attraverso i vasti territori del sociale e della natura (della storia e della geografia) consente di raggiungere uomini dispersi, comunità, popoli e regimi politici diversi, ma scopre ovunque un unico principio fondativo dell'organizzazione politica. Una massa di energia, una sorta di plasma o fluido vitale, che si chiama «sovranità» e la cui origine si coglie solo attraverso la contemplazione dei tre caratteri fondamentali che ne fanno la struttura: il potere di comando, la perpetuità, l'essere assoluta. Questa particolare qualità del potere segna il confine tra società e natura e quello temporale tra civiltà e barbarie, tra storia e assenza di tempo storico, quindi tra la libertà dell'uomo di realizzare il suo tempo e la necessità della natura di seguire le sue immutabili leggi. «È la sovranità il vero fondamento, il cardine su cui poggia tutta la struttura dello Stato, e da cui dipendono i magistrati, le leggi le ordinannze; è essa il solo legame e la sola unione che fa di famiglie, corpi, collegi, privati un unico corpo perfetto, che è appunto lo Stato». Tutti i possibili ordini del tempo politico, tutti i luoghi conoscibili dello spazio sono profondamente pervasi e tenuti in vita da questo campo magnetico che è il fondamento stesso dell'esperienza e del sentire politico della modernità. Perpetua, impositiva, assoluta la sovranità si sottrae all'atto creativo del principe, ai corteggiamenti seduttivi del cortigiano, al tempo parallelo che realizza il sogno di Utopia. La sovranità, al pari della natura, è creata, è legge di natura immutabile e appartiene alla struttura epistemologica del tempo e dello spazio, la assorbe e la giustifica. Lo Stato (Res publica) si forma nella storia; con le sue leggi, le sue istituzioni, con il modello di civiltà che esprime, è la sostanza della temporalità che l'uomo può leggere e conoscere; esso è il vero centro di unificazione delle attività umane e fa salvo l'uomo dalla dispersione delle sue energie e dall'oblio della condizione privilegiata che gli compete. Il cammino dell'uomo nel tempo è pertanto un cammino nella densità del potere. Dove vi è tempo leggibile la sovranità è sempre e ovunque, è qui e ora.

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La nascita di un mito
Lentamente dunque, e a partire dalla macchina del tempo progettata nella seconda metà del XVI secolo, l'immagine colossale del Leviatano si delinea nel sentimento della modernità; l'autonomia della politica già illuminata da Machiavelli si materializza nel campo di forza della sovranità. È una dimensione tutta nuova della politica che promana da se stessa (che è origine e fine, essenza del sociale), è un potere che si definisce in virtù della sua massa, della sua forza centripeta; il suo principio coincide allora con la sua forma e lo Stato, che Bodin chiama repubblica, è questa coincidenza disvelata per tutti i secoli a venire, una formidabile astrazione e una sacralità laica che dovrebbe essere specchio e prodotto della razionalità umana. Al pari dell'humanitas, per effetto della sovranità lo Stato si costituisce all'atto stesso dell'affermazione della centralità dell'uomo al cosmo e delle sue sovrumane responsabilità. Lo Stato ormai non ha bisogno di giustificazione perché è la giustificazione, non di legittimità perché è la legittimità. Il potere esiste ovunque e sempre, indipendentemente dalle istituzioni che gli danno corpo e mediante le quali si esercita perché la giustizia «umana», l'unica giustizia possibile, è nella sovranità, nella sovranità è l'ordine del mondo e la pace che lo sorregge costituisce il frutto consapevole della convivenza nella città di quaggiù. Il potere esiste ancor prima di essere esercitato, l'obbedienza precede le istituzioni che la rendono possibile. Il potere invade tutto il tempo e lo spazio, li governa, ne è l'essenza, e il tempo e lo spazio subiscono il marchio esclusivo della politica. La socialità è un prodotto del potere. Il mito delle origini non deve più essere ricercato perché è la socialità stessa che lo svela, lo fonda automaticamente con il suo esistere. Da dove giunge infatti questa forza coesiva se non dall'essenza stessa dell'uomo e dal pulsare del suo cuore? «Tutta la natura proclama che l'amicizia è il legame più forte per tutelare non solo gli stati, i domini, le città, ma anche le comunità, le case, le famiglie, la vita stessa degli uomini». La forza che dà fondamento al sociale è una disciplina morale capace di trasformare la passione in affettuosità, tolleranza, senso umano della giustizia. E la sovranità assorbe ed esprime questa passione dominata dalla ragione e della fede: lo stato è un'astrazione morale, un comune denominatore del sentire e, in questo senso, è una totalità. Per questo la sovranità di Bodin persegue il sogno rinascimentale e ancor prima umanistico di una piena concordanza tra l'uomo e il cosmo. Non è un caso che la metafora assunta da Bodin per offrirci l'immagine dello stato sia quella di una nave: un mezzo di comunicazione capace di affrontare il mare del tempo e le sue imprevedibili tempeste. «Come la nave non è altro che un legno informe se le si tolgono lo schienale che sostiene i fianchi, la prua, la poppa il timone, così lo Stato non è più tale senza quel potere sovrano che tiene unite tutte le membra e le parti di esso, che fa di tutte le famiglie e di tutti i collegi un solo corpo». Questa nave, tenuta unita dalla forza centripeta della sovranità, è anche un mezzo di ricongiunzione degli esseri umani con la loro inconoscibile natura. La metafora muta e il vascello assume allora una sua vita, si trasforma in un organismo corporeo che partecipa alle strutture ammirevoli dell'universo, alla sua armonia. La storia a sua volta diviene la visibile manifestazione dell'amicizia tra gli uomini, il correre del tempo è «devozione alla modernità».

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Un mito di potenza e del potere
La sovranità teorizzata da Bodin (ma non solo da lui perché questo è un moto complesso della cultura cinquecentesca), secondo taluni, è il vero «mito di potenza» fondativo della modernità, un mito del quale a tutt'oggi non abbiamo ancora colto il segreto e che tuttavia modifica profondamente la cultura dell'Occidente perché in certo senso ne concilia i molteplici tempi. Ed è all'ombra di questo mito di potenza che si ridefiniscono principe e suddito entrambi esterni alla sovranità che li assorbe e li giustifica in quanto ne è l'«origine». Sovrano e suddito (e non più signore e servo) fluttuano infatti nel plasma della sovranità: la lettura del passato e del presente, l'osservazione degli spazi climatici del pianeta, mostra a Bodin il mutevole ma perenne manifestarsi della sovranità. «Io dico che questo potere sovrano è perpetuo perché può accadere che si conferisca il potere assoluto a uno solo o a più per un certo tempo, trascorso il quale costoro altro non sono che sudditi». Popolo sovrano, principe sovrano, aristocrazia sovrana sono altrettante forme possibili della Repubblica, diverse modalità di organizzazione del tempo e dello spazio (lo stato monarchico, il regime popolare, il regime aristocratico). Ma al di là della articolata tipologia riconosciuta da Bodin quel che conta è che la sovranità è la qualità stessa del sociale ciò che lo fa essere «politico», cioè Stato, la sua «natura», e che in tutte le sue parti lo connette. Perciò il fondamento stesso della sovranità è l'essenza «politica» del cittadino (sovrano o suddito che sia). Sovrano e suddito, Stato e cittadino sono consustanziali al potere assoluto e perpetuo che fonda la Repubblica e poiché «la repubblica è l'ordinato governo di più famiglie», proprio nell'organizzazione politica della famiglia bisogna ricercare, secondo Bodin, la natura stessa del cittadino, la metafora della sovranità, «infatti prima che vi fossero città e cittadini, né forma alcuna di repubblica tra gli uomini, ciascun capo famiglia era sovrano nella sua casa». La celebrazione della sovranità principia dunque dal formidabile potere della patria potestas, ha i tratti esclusivi e inviolabili del potere patriarcale che rende attore e soggetto politico la cellula elementare del corpo sociale: la famiglia nel suo significato ampio (ménage) di organizzazione elementare delle relazioni umane. Sovrano e suddito, Res publica e cives, Stato e cittadino: come in un lampo si arriva alla piena e matura modernità politica. Questa è la prima intuizione di una crescente concentrazione del potere che realizza l'autonomia della convivenza rispetto alla sfera del sacro e della natura, origina la legge positiva, afferma la giustizia come ragione dell'equilibrio e dell'ordine del mondo e quale intimo contenuto della sovranità; la rende perciò esclusiva e totalizzante. D'ora in poi è il potere che parla di sé nel racconto della modernità sino a divenirne il demone. Il potere come centrale all'esperienza umana si insedia nella cultura dell'Occidente e progressivamne la guida verso la conquista del tempo del mondo. Sarebbe dunque di qui, dalla scoperta della sovranità-potere descritta da Bodin, che si sarebbe generato il vero big bang non della cultura occidentale, ma del sentire politico della modernità? E da dove viene allora questa dimensione esclusiva del potere, questo mito di potenza che fa della politica l'essenza stessa del tempo e dello spazio? Dello Stato (quello dell'Europa moderna) il padrone del mondo e del potere il fondamento della sovranità? Giunta al termine di questo cammino di scoperta e celebrazione della sovranità-potere, la complessa costruzione teorica di Bodin si dilata a dismisura: la storia umana già avviluppata e intrecciata con la storia della natura, lambisce la sfera della storia sacra. Partito alla ricerca della totale autonomia del potere, del suo essere autoreferente, Bodin ricerca una complessiva armonia della creazione, si piega alla necessità di una spiegazione globale che lo porta a ritroso, nelle dimensioni più profonde dell'immaginario della monarchia francese e dell'uomo europeo, e anche più in là. Un percorso tortuoso, una cultura onnivora, un'ambizione intellettuale insaziabile, un comporre i dubbi attraverso verità indiscutibili; è il marchio stesso dell'Umanesimo, la sua illusione di manipolare il tempo senza fratture. Nei fatti la cultura di Bodin, attraverso una manovra sul tempo a più dimensioni, mantiene i contatti con la più antica tradizione dell'Occidente. La sua progettazione del passato è un raro esempio di misura, la «prudenza», che è il contenuto stesso del sapere storico (la «virtù» che consente di amministrare il tempo degli uomini), lo induce a compiere percorsi ampi e articolati, a valicare molti ponti che collegano i continenti della storia occidentale. La conoscenza dell'ebraico, gli consente infatti di specchiarsi nelle fonti più antiche della memoria oltre i confini della classicità. Sorretta e alimentata da una sterminata cultura, la macchina del tempo diviene quel presente immensamente dilatato in cui passato e futuro coesistono, è una macchina che porta ovunque, e il capolinea del viaggio è lo statuto ideologico del pensiero politico dell'Occidente: la più che bimillenaria tradizione della cultura giudaico cristiana. L'umanesimo che ispira i Sei libri della repubblica è lontano dal significare che l'uomo debba (come avrebbero pensato Cartesio e il XVII secolo) rendersi «padrone di se stesso e della natura». La «storia umana» di Bodin, pur nella sua autonoma amministrazione del tempo, resta profondamente avviluppata nelle sfere della «storia della natura» e della «storia sacra». In ultima istanza il tempo politico è tempo morale, quel presente-eternità che confonde ragione e passione, esperienza e fede, capacità di leggere la storia e di scrivere il mito. Il Principe-sovrano è «l'immagine di Dio in terra» e le leggi positive dello Stato sono un riflesso di una qualità del tempo che si confonde col sacro. Il suddito-cittadino della Repubblica è un capofamiglia, un'autorità paterna sorretta dalla dimensione morale della fede e responsabile verso la legge di Dio e della natura creata. La sovranità, impositiva, perpetua, assoluta, è dunque il potere umano che ordina il mondo, tangibile mito delle origini che esprime ampie unità culturali e le celebra. Umanesimo e cristianesimo mantengono in Bodin la loro naturale alleanza nelle dimensioni pur astratte e nuove della sovranità, e di una Repubblica che è già Stato come abbiamo imparato a praticarlo, ma del quale abbiamo forse dimenticato la sostanza morale, e cioè che questo Stato è uno Stato di giustizia e della giustizia. Giustizia come ragione della socialità, perché la creazione di Bodin altro non è che la drammatica risposta della coscienza europea al rischio della disgregazione morale e politica del XVI secolo. Un mito di potenza sicuramente, ma anche un mito di salvazione dell'uomo da parte dell'uomo, perché quando «la tempesta si mette a tormentare il vascello dello Stato con tale violenza che i capitani e i piloti sono tutti ugualmente stanchi e sfiniti dalla diuturna fatica, è necessario che i passeggeri stessi intervengano a prestar soccorso, dando mano chi alle vele, chi alle ancore, chi ai cordami, i più deboli qualche buon consiglio o rivolgendo le loro preghiere a Colui che può comandare ai venti e placare le tempeste, giacché tutti corrono lo stesso pericolo». Lo Stato sovrano, in tutta la sua potenza, è una risposta della cultura politica a «tutti coloro che una disperazione estrema spinge precipitosamente a contribuire alla distruzione» del potere e della grandezza dello Stato; una risposta politica e morale. Riaffiorano qui le strutture più antiche del pensiero politico occidentale, quelle stesse che ne hanno fatto l'identità prima ancora che la «Cristianità» diventasse «Europa». Da dove avrebbe potuto principiare altrimenti il mito di potere della modernità, un mito tanto denso da invadere e muovere il tempo e la storia e fare dell'uomo una sostanza politica malleabile e di continuo riprogettata in personaggi e maschere tanto diverse come il principe, il cortigiano, il suddito e il sovrano, poi il cittadino e l'individuo?

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