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La macchina del
tempo Il principe, dominato dalla
continua fatica dell'impegno creativo (uomo politico a una dimensione
costretto alla dura partita a scacchi con la sua fortuna) scompare agli
occhi di Bodin; è lo stesso per il cortigiano e l'abitatore dell'isola di
Utopia. Il viaggio da Nicolò Machiavelli a Jean Bodin (1513 il
Principe, 1577 i Sei libri della Repubblica) in termini di
tempo, per lo meno misurato sulla scala plurisecolare della modernità, è
breve. Ma la distanza tra la nebulosa italiana del XVI secolo, così
confusa nei suoi obiettivi e ambiziosa nelle sua velleità, ormai
condannata a un compiaciuto declino e il regno di Francia, sconvolto dalle
guerre di religione, alle prese con la ricostruzione di una quasi
millenaria monarchia territoriale e con i problemi dell'egemonia europea,
è davvero grande. Lo specchio non riflette più «in diretta» gli antichi
eroi, non impone l'esclusiva imitazione di Scipione, Dionisio, Licurgo o
Cicerone; i riflessi si deformano in una atmosfera meno limpida, il tempo
si dilata, si estende in superficie e, all'apparenza, la modernità non
appare come frattura e cancellazione della barbarie, né come un territorio
inesplorato del presente. E tuttavia Bodin è forse l'ultimo mago della
cultura umanistica. Nel suo uovo ermetico, surriscaldato da una tecnologia
di scrittura, lettura, libro, che ha superato l'esordio eroico, bollono
una quantità di essenze primordiali e misteriose nella loro possibile
composizione. Le sue tecniche di comunicazione sono formidabili (francese,
italiano, greco, latino, ebraico) e infine la sua opera non è «al nero» ma
sembra conseguire l'ultima fase del processo alchemico.
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Contemplazione e fede nella
natura La contemplazione dell'universo attraverso il sapere
annuncia da sé l'ordine cosmico. «Noi ammiriamo l'estensione della terra,
la profondità del mare, l'altezza del cielo, lo splendore del sole, il
moto dei pianeti, la forza delle stelle e le eclissi degli astri;
ammiriamo le folgori e i tuoni, la violenza dei venti, i terremoti;
ammiriamo le forme degli esseri animati, le virtù delle piante, le
proprietà dei metalli, la varietà dei minerali, l'origine e il fine di
tutte le cose; noi ammiriamo la potenza degli spiriti immortali,
l'eccellenza di questo mondo, l'incredibile natura divina dell'uomo.
Ancora di più bisogna quindi apprezzare le facoltà per cui riusciamo ad
ammirare e comprendere tutto questo: è il vero miracolo del mondo che
dobbiamo comprendere con piena coscienza della sua grandezza. Se vogliamo
riferirci ai piaceri, che cosa può dare maggiore soddisfazione del
conoscere le cause recondite di questi fenomeni?». La «devozione moderna»,
è bene ricordarlo, nel suo fondamento è amore per la natura, dedizione al
cosmo e ai suoi misteri. Ed ecco, andando a ritroso, gli elementi della
magia umanistica di Bodin: «cause recondite», «piacere», «miracolo»,
«natura divina degli uomini», «potenza degli spiriti immortali». La
centralità della natura cosmica al pensiero del Rinascimento e la
dedizione sino all'abbandono a una intimità quasi mistica nei confronti
delle forze dell'universo ha sicuramente sospinto gli umanisti verso il
soprannaturale. Ma per Bodin il mistero della natura e della creazione si
spiega con l'ordine del tempo e gli ordini che esso impartisce a tutte le
essenze del mondo. E così Bodin lavora su una dimensione del tempo a base
decisamente più larga di quella praticata da Machiavelli, manovra e
produce una temporalità complessa, a più dimensioni.
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Una storia a più
dimensioni «Storia umana», «storia naturale», «storia
sacra» che concorrono, secondo l'Autore, a formare l'ordine e il moto
complessivo dell'universo, sono altrettante sostanze e qualità del tempo,
territori morali e pianeti dell'esperienza e del sapere. «Vi sono tre
specie di storia, cioè narrazione di fatti veri: umana, naturale e divina.
La prima riguarda gli uomini, la seconda la natura, la terza il creatore
della natura. L'una spiega le azioni degli uomini viventi in società, la
seconda le leggi della natura e la catena secondo la quale discendono dal
primo principio, la terza contempla l'azione di Dio onnipotente e degli
spiriti immortali. Ad esse corrispondono tre specie di consenso,
determinate, rispettivamente, dalla probabilità dalla necessità e dalla
fede, e altrettante virtù: prudenza, scienza, religione. La prima
distingue il bene dal male, la seconda il vero dal falso e la terza il pio
dall'empio. possiamo definire la prima moderatrice della vita umana per
forza della ragione e dell'esperienza, la seconda fonte di tutte le
scoperte per via dell'indagine sulle cose occulte, la terza presidio
contro i vizi a causa dell'amore di Dio per noi. Dall'unione di queste tre
virtù si forma la vera sapienza, il sommo ed ultimo bene dell'uomo». I
«fatti veri», cioè la realtà, sono nel tempo; la pratica delle sostanze di
cui si compongono e dai quali prendono vita i campi temporali: fede,
ragione, morale, consente da parte dell'uomo la lettura e la scrittura del
cosmo, la sua creazione, il sapere. La mappa degli elementi che
costituiscono la cultura di Bodin non è stata ancora definitivamente
tracciata dalla critica, tuttavia la riflessione sulla centralità del
tempo contenuta nella Methodus ad facilem historiarum cognitionem
può essere assunta come uno dei paradigmi del processo attraverso il quale
la modernità dilata l'esperienza del presente della cultura sino
all'occupazione complessiva dell'universo. Il tempo, quel «nostro tempo»
di cui dicevamo all'inizio che è prodotto culturale per eccellenza, occupa
e conquista il mondo della natura nella sua misteriosa immobilità,
addomestica e partecipa all'eterno. Il processo della creazione si è
concluso; il tempo sacro è stato conquistato e Zeus si è insediato sul
trono di Crono. Sulla scorta della simbologia e del sentire
rinascimentale, il tempo dell'uomo è per Bodin un cerchio, una ruota o un
intreccio di sinusoidi che replicando la struttura intima degli eventi, il
loro corso, rende possibile l'esperienza e la memoria. Il tempo ruotando
si rigenera da sé, rinasce e riflette il ciclo della vita come
manifestazione incessante della natura. «Se qualcuno vuole prestare
attenzione agli storici e non ai poeti, vedrà che vi è una corrispondenza
tra il corso della vita umana e quella del mondo tutto». Un patto tra Zeus
e Crono? una congiunzione e una reciproca contemplazione tra il tempo del
mondo e quello dell'uomo? All'apparenza il moto del tempo sembra assumere
un ritmo ciclico connesso alle rivoluzioni celesti o al ripetersi
inesorabile delle stagioni o alla alterne vicende degli umori della
sostanza cosmica: ma non è così. «Stando così le cose e potendosi dire che
per legge eterna di natura si ha come un processo ciclico per cui i vizi
seguono alle virtù, l'ignoranza alla scienza, il turpe all'onesto, così
come le tenebre alla luce, sbagliano coloro che credono che l'umanità va
sempre di male in peggio». Bodin ricusa la semplificazione di un tempo che
si «ripete», come respinge l'ipotesi del succedersi delle quattro
monarchie in una deriva di consunzione e di degrado della sostanza
temporale (dall'oro al ferro all'argilla): certo dal racconto profetico di
Daniele conservato nelle Scritture, si può argomentare che «vi sono state
quattro o anche più età: prima quella dell'oro, dopo quella d'argento,
quindi quella di bronzo, dopo ancora quella del ferro e infine quella
d'argilla. Ma sono opinioni da respingere». La semplificazione è da
respingere perché la linearità del tempo dimostra a Bodin che le
discontinuità e le fratture separano solo il buio dalla luce e che tre
sono le epoche della storia dell'uomo: quella esemplare coincidente con la
storia antica, quella dell'abbandono dei veri valori (l'amore per il
sapere e la ricerca della conoscenza) e infine quella della rinascita,
l'età del presente. La storia umana, che è storia della società e dunque
storia politico-morale, è però anche un flusso complesso, un sedimento e
una cumulazione insieme, materia tutta viva senza particolari zone
d'ombra; anzi la simultaneità e il dialogo col passato non prevedono
risposte immediate, non sono osservazione di modelli da resuscitare,
favoriscono solo la riflessione e l'indagine. Il moto della temporalità,
un moto cumulativo e progressivo, è orientato unicamente verso l'avvenire
e l'avvenire è di quaggiù, di un tempo tutto umano. La rinascita del
presente mostra che il tempo si rigenera per effetto dell'intelligenza
umana e delle opere sue; il moto vero principia dalle scoperte
scientifiche e geografiche, dall'invenzione di nuove tecniche di
comunicazione (la bussola, la stampa), dal risorgere della creatività
artistica. La storia è un prodotto dell'uomo ed è l'uomo con la sua storia
a rigenerare il tempo. Con la forza della ricerca e del sapere i moderni
hanno eguagliato e superato gli antichi.
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Il tempo politico tra
storia e diritto Storico e giurista (quanto basta nel XVI
secolo per essere «filosofo»), Bodin lavora sulla infinita mobilità del
tempo da un lato, e sulla rigidità della norma dall'altro, ed è la
necessità di dare ordine alle pluralità dei tempi che lo spinge a
ricercare le leggi del movimento storico. Il «tempo politico» è questo
movimento prolungato, inarrestabile, avviluppato nella dimensione
temporale non indagabile della storia sacra e in quello ripetitivo e
incessante della natura creata; un tempo, quello della storia umana, dato
in amministrazione agli uomini e al libero gioco delle loro relazioni.
Forse, e certo più che in altri autori del XVI secolo, è proprio con Bodin
che storia e politica si saldano in modo indissolubile e scambiano le loro
intrinseche qualità: la storia diviene allora «politica», cioè progressivo
addensamento e ordine delle relazioni umane. A sua volta la politica, che
è la scienza di ordinare e governare il mondo umano, diviene un moto
temporale: storia. Così il tempo storico diviene parte e carattere della
modernità: «è in virtù della storia che si spiega il presente, che il
futuro si può penetrare e che si acquistano indicazioni certissime su ciò
che conviene ricercare e ciò che conviene fuggire». La storia possiede una
duplice virtù: scientifica e speculativa e nondimeno ha una portata etica
e pratica. Inoltre, a differenza delle altre scienze «che si incatenano le
une alle altre in una continua dipendenza, la storia non abbisogna di
alcun aiuto», e proprio «la sua indipendenza la rende accessibile al più
gran numero». E così la libera progettazione del passato può cominciare.
Quando periscono gli imperi, le repubbliche, le città, la storia infatti
rimane, nella sua forma scritta e nella sua tradizione orale, «eternamente
giovane». «Più ampia della giurisprudenza perché insegna ciò che non sono
né la fortuna, né la provvidenza, ma la volontà degli uomini attori delle
loro imprese, le lezioni della storia costituiscono la guida più sicura
della scienza politica». Il patto tra potere e sapere che caratterizza il
sentire politico della modernità si fonda a partire da qui. Al servizio
della monarchia francese, Bodin lavora su otto secoli di storia, su
smisurati territori che vanno ben oltre le cinta murarie della città,
oltre la signoria territoriale, persino ben oltre gli angusti confini
dell'isola di Utopia e in luoghi affatto diversi dagli spazi chiusi del
cortigiano. Il contatto con la cultura ebraica lo spinge a lavorare su
archivi che attraversano tutto il tempo storico sino all'evento della
creazione e al patto di Israele con Dio. Grazie a queste ampie e nuove
quanto concrete dimensioni, il nostro autore si convince del fatto che le
immagini del passato, i modelli trasmessi dalla memoria, appartengono a
dimensioni del tempo difformi rispetto a quelle del presente (che è il XVI
secolo travolto dalla riforma religiosa). Papato, Impero, la stessa
feudalità hanno strutture politiche che non si addicono più al regno di
Francia; in generale neppure le forme politiche dell'antichità sono in
grado di offrire soluzioni alla politica del suo tempo. Il declino del
mondo antico e la lunga agonia dell'Impero romano d'Oriente gli paiono il
frutto di un vizio d'origine della civitas: una strutturale carenza di
ordine politico e una fragilità del potere conseguente al fatto che
l'antica città si presenta più come una nebulosa di famiglie in libera
azione che non come un corpo di cittadini soggetti ad un'unica legge e a
una sola giustizia. Anche il Sacro romano impero, nella sua pretesa di
realizzare un dominium mundi, in realtà ha finito col manifestarsi
più come un potere locale, una egemonia alla ricerca di modelli di potere,
che non come un vero ordine politico. La Res Publica va dunque
rifondata tenendo conto delle molteplici dimensioni del tempo della
«storia umana». Il potere, insegna Bodin, non è un sistema di relazioni
cosmiche definito una volta per tutte, semmai è una forza immanente nei
molteplici luoghi e tempi della storia umana. Se un patto tra il tempo
cosmico di Crono e quello umano di Zeus è ancora leggibile nel sentire di
Bodin, si avverte tuttavia che il contraente forte è ormai il secondo e
non il primo.
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Tempo e spazio
politico Pluralità di tempi dunque, ma anche pluralità di
spazi. La «storia umana», e la «storia della natura» che la avviluppa, si
intrecciano infatti e si condizionano nelle strutture epistemologiche
dello spazio e del tempo. La scrittura del tempo comporta la scrittura
dello spazio e la cosmografia è «a tal punto connessa con la storia da
essere quasi l'una parte dell'altra». Società e natura trovano infatti
composizione, nel pensiero di Bodin, in quella reinvenzione del rapporto
civiltà-territorio-ambiente che definiamo «teoria dei climi» e che trova
le sue radici nel pensiero scientifico classico (pitagorici, stoici,
epicurei). Ma la teoria geopolitica di Bodin è, per la verità, molto più
che una teoria dei climi; è la frantumazione dello spazio chiuso del mondo
medievale e la definitiva rinuncia all'universalismo politico a tutto
vantaggio di una accettazione del complesso e del nuovo, degli spazi
aperti e mutevoli del sociale, di una storia a più dimensioni che
intreccia le sue leggi con quelle dello spazio e da queste dipende. Certo
si apre così un nuovo capitolo dell'osservazione della società.
L'immaginario dell'uomo europeo si dilata a dismisura, soprattutto però il
sentimento della modernità scopre un utensile, una nuova tecnologia, una
«macchina del tempo» appunto, in grado di moltiplicare, mediante
l'osservazione del presente, le esperienze e le opportunità di
progettazione del passato e del futuro, un vascello fantasma capace di
affrontare il mare aperto della temporalità. Eschimesi e indiani
d'America, popolazioni disperse negli oceani e nei deserti entrano con il
loro tempo nella storia, vivono e coesistono con le loro leggi a fianco
delle tribù di Israele e di quelle dei celti già inghiottite dalla
narrazione di una storia che si vuole completa e universale. Al pari delle
stagioni infatti, le fasce dei paralleli e dei meridiani che segnano le
varie aree climatiche (ma, oltre al clima, anche i fiumi, i mari, le
montagne e gli ecosistemi che ne derivano), sono luoghi del tempo, o
perlomeno implicano diverse dimensioni temporali, storie diverse dei
popoli che le abitano, gradi diversi di civiltà e molteplici luoghi della
politica, regimi diversi di organizzazione del potere: e così, «uno dei
più grandi e forse il principale fondamento della Repubblica consiste
nell'accordare il regime alla natura dei cittadini e gli editti alla
natura dei luoghi, delle persone, del tempo». Lo storico (che è poi il
tecnologo del potere, lo scienziato politico) diviene, secondo la lettera
di Bodin, «historien-géographe» e il dispositivo della «macchina del
tempo» consente di trasformare il telescopio volto alla osservazione di
pianeti lontani migliaia di anni luce, in un microscopio che permette
l'osservazione del sociale, qui e ora, nelle sue microstrutture, di
avvertirne i moti e le inevitabili trasformazioni.
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Sudditi
e sovrani Il viaggio della macchina di Bodin attraverso i
vasti territori del sociale e della natura (della storia e della
geografia) consente di raggiungere uomini dispersi, comunità, popoli e
regimi politici diversi, ma scopre ovunque un unico principio fondativo
dell'organizzazione politica. Una massa di energia, una sorta di plasma o
fluido vitale, che si chiama «sovranità» e la cui origine si coglie solo
attraverso la contemplazione dei tre caratteri fondamentali che ne fanno
la struttura: il potere di comando, la perpetuità, l'essere assoluta.
Questa particolare qualità del potere segna il confine tra società e
natura e quello temporale tra civiltà e barbarie, tra storia e assenza di
tempo storico, quindi tra la libertà dell'uomo di realizzare il suo tempo
e la necessità della natura di seguire le sue immutabili leggi. «È la
sovranità il vero fondamento, il cardine su cui poggia tutta la struttura
dello Stato, e da cui dipendono i magistrati, le leggi le ordinannze; è
essa il solo legame e la sola unione che fa di famiglie, corpi, collegi,
privati un unico corpo perfetto, che è appunto lo Stato». Tutti i
possibili ordini del tempo politico, tutti i luoghi conoscibili dello
spazio sono profondamente pervasi e tenuti in vita da questo campo
magnetico che è il fondamento stesso dell'esperienza e del sentire
politico della modernità. Perpetua, impositiva, assoluta la sovranità si
sottrae all'atto creativo del principe, ai corteggiamenti seduttivi del
cortigiano, al tempo parallelo che realizza il sogno di Utopia. La
sovranità, al pari della natura, è creata, è legge di natura immutabile e
appartiene alla struttura epistemologica del tempo e dello spazio, la
assorbe e la giustifica. Lo Stato (Res publica) si forma nella
storia; con le sue leggi, le sue istituzioni, con il modello di civiltà
che esprime, è la sostanza della temporalità che l'uomo può leggere e
conoscere; esso è il vero centro di unificazione delle attività umane e fa
salvo l'uomo dalla dispersione delle sue energie e dall'oblio della
condizione privilegiata che gli compete. Il cammino dell'uomo nel tempo è
pertanto un cammino nella densità del potere. Dove vi è tempo leggibile la
sovranità è sempre e ovunque, è qui e ora.
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La
nascita di un mito Lentamente dunque, e a partire dalla
macchina del tempo progettata nella seconda metà del XVI secolo,
l'immagine colossale del Leviatano si delinea nel sentimento della
modernità; l'autonomia della politica già illuminata da Machiavelli si
materializza nel campo di forza della sovranità. È una dimensione tutta
nuova della politica che promana da se stessa (che è origine e fine,
essenza del sociale), è un potere che si definisce in virtù della sua
massa, della sua forza centripeta; il suo principio coincide allora con la
sua forma e lo Stato, che Bodin chiama repubblica, è questa coincidenza
disvelata per tutti i secoli a venire, una formidabile astrazione e una
sacralità laica che dovrebbe essere specchio e prodotto della razionalità
umana. Al pari dell'humanitas, per effetto della sovranità lo Stato
si costituisce all'atto stesso dell'affermazione della centralità
dell'uomo al cosmo e delle sue sovrumane responsabilità. Lo Stato ormai
non ha bisogno di giustificazione perché è la giustificazione, non di
legittimità perché è la legittimità. Il potere esiste ovunque e sempre,
indipendentemente dalle istituzioni che gli danno corpo e mediante le
quali si esercita perché la giustizia «umana», l'unica giustizia
possibile, è nella sovranità, nella sovranità è l'ordine del mondo e la
pace che lo sorregge costituisce il frutto consapevole della convivenza
nella città di quaggiù. Il potere esiste ancor prima di essere esercitato,
l'obbedienza precede le istituzioni che la rendono possibile. Il potere
invade tutto il tempo e lo spazio, li governa, ne è l'essenza, e il tempo
e lo spazio subiscono il marchio esclusivo della politica. La socialità è
un prodotto del potere. Il mito delle origini non deve più essere
ricercato perché è la socialità stessa che lo svela, lo fonda
automaticamente con il suo esistere. Da dove giunge infatti questa forza
coesiva se non dall'essenza stessa dell'uomo e dal pulsare del suo cuore?
«Tutta la natura proclama che l'amicizia è il legame più forte per
tutelare non solo gli stati, i domini, le città, ma anche le comunità, le
case, le famiglie, la vita stessa degli uomini». La forza che dà
fondamento al sociale è una disciplina morale capace di trasformare la
passione in affettuosità, tolleranza, senso umano della giustizia. E la
sovranità assorbe ed esprime questa passione dominata dalla ragione e
della fede: lo stato è un'astrazione morale, un comune denominatore del
sentire e, in questo senso, è una totalità. Per questo la sovranità di
Bodin persegue il sogno rinascimentale e ancor prima umanistico di una
piena concordanza tra l'uomo e il cosmo. Non è un caso che la metafora
assunta da Bodin per offrirci l'immagine dello stato sia quella di una
nave: un mezzo di comunicazione capace di affrontare il mare del tempo e
le sue imprevedibili tempeste. «Come la nave non è altro che un legno
informe se le si tolgono lo schienale che sostiene i fianchi, la prua, la
poppa il timone, così lo Stato non è più tale senza quel potere sovrano
che tiene unite tutte le membra e le parti di esso, che fa di tutte le
famiglie e di tutti i collegi un solo corpo». Questa nave, tenuta unita
dalla forza centripeta della sovranità, è anche un mezzo di ricongiunzione
degli esseri umani con la loro inconoscibile natura. La metafora muta e il
vascello assume allora una sua vita, si trasforma in un organismo corporeo
che partecipa alle strutture ammirevoli dell'universo, alla sua armonia.
La storia a sua volta diviene la visibile manifestazione dell'amicizia tra
gli uomini, il correre del tempo è «devozione alla modernità».
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Un mito di potenza e del
potere La sovranità teorizzata da Bodin (ma non solo da lui
perché questo è un moto complesso della cultura cinquecentesca), secondo
taluni, è il vero «mito di potenza» fondativo della modernità, un mito del
quale a tutt'oggi non abbiamo ancora colto il segreto e che tuttavia
modifica profondamente la cultura dell'Occidente perché in certo senso ne
concilia i molteplici tempi. Ed è all'ombra di questo mito di potenza che
si ridefiniscono principe e suddito entrambi esterni alla sovranità che li
assorbe e li giustifica in quanto ne è l'«origine». Sovrano e suddito (e
non più signore e servo) fluttuano infatti nel plasma della sovranità: la
lettura del passato e del presente, l'osservazione degli spazi climatici
del pianeta, mostra a Bodin il mutevole ma perenne manifestarsi della
sovranità. «Io dico che questo potere sovrano è perpetuo perché può
accadere che si conferisca il potere assoluto a uno solo o a più per un
certo tempo, trascorso il quale costoro altro non sono che sudditi».
Popolo sovrano, principe sovrano, aristocrazia sovrana sono altrettante
forme possibili della Repubblica, diverse modalità di organizzazione del
tempo e dello spazio (lo stato monarchico, il regime popolare, il regime
aristocratico). Ma al di là della articolata tipologia riconosciuta da
Bodin quel che conta è che la sovranità è la qualità stessa del sociale
ciò che lo fa essere «politico», cioè Stato, la sua «natura», e che in
tutte le sue parti lo connette. Perciò il fondamento stesso della
sovranità è l'essenza «politica» del cittadino (sovrano o suddito che
sia). Sovrano e suddito, Stato e cittadino sono consustanziali al potere
assoluto e perpetuo che fonda la Repubblica e poiché «la repubblica è
l'ordinato governo di più famiglie», proprio nell'organizzazione politica
della famiglia bisogna ricercare, secondo Bodin, la natura stessa del
cittadino, la metafora della sovranità, «infatti prima che vi fossero
città e cittadini, né forma alcuna di repubblica tra gli uomini, ciascun
capo famiglia era sovrano nella sua casa». La celebrazione della sovranità
principia dunque dal formidabile potere della patria potestas, ha i
tratti esclusivi e inviolabili del potere patriarcale che rende attore e
soggetto politico la cellula elementare del corpo sociale: la famiglia nel
suo significato ampio (ménage) di organizzazione elementare delle
relazioni umane. Sovrano e suddito, Res publica e cives,
Stato e cittadino: come in un lampo si arriva alla piena e matura
modernità politica. Questa è la prima intuizione di una crescente
concentrazione del potere che realizza l'autonomia della convivenza
rispetto alla sfera del sacro e della natura, origina la legge positiva,
afferma la giustizia come ragione dell'equilibrio e dell'ordine del mondo
e quale intimo contenuto della sovranità; la rende perciò esclusiva e
totalizzante. D'ora in poi è il potere che parla di sé nel racconto della
modernità sino a divenirne il demone. Il potere come centrale
all'esperienza umana si insedia nella cultura dell'Occidente e
progressivamne la guida verso la conquista del tempo del mondo. Sarebbe
dunque di qui, dalla scoperta della sovranità-potere descritta da Bodin,
che si sarebbe generato il vero big bang non della cultura
occidentale, ma del sentire politico della modernità? E da dove viene
allora questa dimensione esclusiva del potere, questo mito di potenza che
fa della politica l'essenza stessa del tempo e dello spazio? Dello Stato
(quello dell'Europa moderna) il padrone del mondo e del potere il
fondamento della sovranità? Giunta al termine di questo cammino di
scoperta e celebrazione della sovranità-potere, la complessa costruzione
teorica di Bodin si dilata a dismisura: la storia umana già avviluppata e
intrecciata con la storia della natura, lambisce la sfera della storia
sacra. Partito alla ricerca della totale autonomia del potere, del suo
essere autoreferente, Bodin ricerca una complessiva armonia della
creazione, si piega alla necessità di una spiegazione globale che lo porta
a ritroso, nelle dimensioni più profonde dell'immaginario della monarchia
francese e dell'uomo europeo, e anche più in là. Un percorso tortuoso, una
cultura onnivora, un'ambizione intellettuale insaziabile, un comporre i
dubbi attraverso verità indiscutibili; è il marchio stesso dell'Umanesimo,
la sua illusione di manipolare il tempo senza fratture. Nei fatti la
cultura di Bodin, attraverso una manovra sul tempo a più dimensioni,
mantiene i contatti con la più antica tradizione dell'Occidente. La sua
progettazione del passato è un raro esempio di misura, la «prudenza», che
è il contenuto stesso del sapere storico (la «virtù» che consente di
amministrare il tempo degli uomini), lo induce a compiere percorsi ampi e
articolati, a valicare molti ponti che collegano i continenti della storia
occidentale. La conoscenza dell'ebraico, gli consente infatti di
specchiarsi nelle fonti più antiche della memoria oltre i confini della
classicità. Sorretta e alimentata da una sterminata cultura, la macchina
del tempo diviene quel presente immensamente dilatato in cui passato e
futuro coesistono, è una macchina che porta ovunque, e il capolinea del
viaggio è lo statuto ideologico del pensiero politico dell'Occidente: la
più che bimillenaria tradizione della cultura giudaico cristiana.
L'umanesimo che ispira i Sei libri della repubblica è lontano dal
significare che l'uomo debba (come avrebbero pensato Cartesio e il XVII
secolo) rendersi «padrone di se stesso e della natura». La «storia umana»
di Bodin, pur nella sua autonoma amministrazione del tempo, resta
profondamente avviluppata nelle sfere della «storia della natura» e della
«storia sacra». In ultima istanza il tempo politico è tempo morale, quel
presente-eternità che confonde ragione e passione, esperienza e fede,
capacità di leggere la storia e di scrivere il mito. Il Principe-sovrano è
«l'immagine di Dio in terra» e le leggi positive dello Stato sono un
riflesso di una qualità del tempo che si confonde col sacro. Il
suddito-cittadino della Repubblica è un capofamiglia, un'autorità paterna
sorretta dalla dimensione morale della fede e responsabile verso la legge
di Dio e della natura creata. La sovranità, impositiva, perpetua,
assoluta, è dunque il potere umano che ordina il mondo, tangibile mito
delle origini che esprime ampie unità culturali e le celebra. Umanesimo e
cristianesimo mantengono in Bodin la loro naturale alleanza nelle
dimensioni pur astratte e nuove della sovranità, e di una Repubblica che è
già Stato come abbiamo imparato a praticarlo, ma del quale abbiamo forse
dimenticato la sostanza morale, e cioè che questo Stato è uno Stato di
giustizia e della giustizia. Giustizia come ragione della socialità,
perché la creazione di Bodin altro non è che la drammatica risposta della
coscienza europea al rischio della disgregazione morale e politica del XVI
secolo. Un mito di potenza sicuramente, ma anche un mito di salvazione
dell'uomo da parte dell'uomo, perché quando «la tempesta si mette a
tormentare il vascello dello Stato con tale violenza che i capitani e i
piloti sono tutti ugualmente stanchi e sfiniti dalla diuturna fatica, è
necessario che i passeggeri stessi intervengano a prestar soccorso, dando
mano chi alle vele, chi alle ancore, chi ai cordami, i più deboli qualche
buon consiglio o rivolgendo le loro preghiere a Colui che può comandare ai
venti e placare le tempeste, giacché tutti corrono lo stesso pericolo». Lo
Stato sovrano, in tutta la sua potenza, è una risposta della cultura
politica a «tutti coloro che una disperazione estrema spinge
precipitosamente a contribuire alla distruzione» del potere e della
grandezza dello Stato; una risposta politica e morale. Riaffiorano qui le
strutture più antiche del pensiero politico occidentale, quelle stesse che
ne hanno fatto l'identità prima ancora che la «Cristianità» diventasse
«Europa». Da dove avrebbe potuto principiare altrimenti il mito di potere
della modernità, un mito tanto denso da invadere e muovere il tempo e la
storia e fare dell'uomo una sostanza politica malleabile e di continuo
riprogettata in personaggi e maschere tanto diverse come il principe, il
cortigiano, il suddito e il sovrano, poi il cittadino e
l'individuo?
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